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“Ma questa sera sono triste. Dunque, danza per me. Danza per me Salomè te ne supplico.
Se tu danzi per me potrai chiedermi tutto quello che vorrai, e io te lo donerò.
Si, danza per me, Salomè, e io ti donerò tutto ciò che mi chiederai, fosse anche la metà del mio regno…”
Oscar Wilde
"E Salomè danzò la danza dei sette veli…"
Da lì in poi la “danza dei sette veli”, danza di seduzione e di vendetta ispirata al personaggio di Salomè, continuò ad essere rappresentata nei teatri e immortalata in pittura, scultura, musica e coreografia, e ancora oggi continua a far parte dell’immaginario collettivo, tanto della danza del velo, quanto della danza del ventre.
Ma leggendo la fonte della storia che si trova nel Nuovo Testamento della Bibbia, vediamo che Salomè non viene chiamata per nome: si parla solo della “figlia di Erodiade”, e non c’è menzione della danza del velo, in quanto non ci dice che tipo di danza fece, né quale costume indossasse, ci dice soltanto che danzò.
La storia di solito è raccontata in questo modo: Erodiade, la madre di Salomè, voleva vendicarsi di Giovanni Battista che pubblicamente l’aveva biasimata per la non legalità delle sue nozze con Erode, in quanto sua nipote. Ella allora, in occasione della festa di compleanno del re, istigò la figlia a ballare per lui. Affascinato da tanta bravura Il re offrì a Salomè la promessa di esaudire ogni suo desiderio. Dietro pressioni della madre , la ragazza chiese ed ottenne la testa di Giovanni Battista che poi consegnò alla madre.
Da qui si vuole chiarire l’idea errata che la danza del velo sia la danza erotica di vendetta di Salomè.
La danza dei sette veli fu usata per dare spettacolarità teatrale al personaggio creato da Wilde alla fine del XIX secolo, cui si ispirò l’opera Salomè di Strauss del 1905, che dedicò ben nove lunghi minuti di musica alla danza dei sette veli.
Chiarendo questo luogo comune, non siamo costrette a pensare alla danza del velo come strumento d’espressione dello spirito manipolativo e distruttivo della “donna fatale”. Modello nato dalle idee, paure e desideri che l’uomo aveva della donna erotica e frutto dell’orientalismo adottato in quell’epoca, ma possiamo cercare fonti più costruttive per la sua ispirazione.

La danza del velo è un’arte molto antica, ma quella che vediamo eseguire dalle danzatrici del ventre si sviluppo con rinnovata forza intorno agli inizi del novecento. Prima di parlare delle origini vorrei far notare le caratteristiche dei due diversi stili di danza del velo che fanno parte della storia contemporanea e sono quelle che conosciamo oggi come danza del velo: lo stile egiziano e lo stile americano.
Nello stile egiziano: la danzatrice entra con il velo sulle mani, che è libero e non fissato come se fosse una tunica dentro il suo costume. Non è utilizzato in una danza a sé stante perché, nel contesto culturale del Medio Oriente, una danza del velo vera e propria sarebbe sentita dal pubblico e dalle danzatrici fuori posto. Non vi parlerò approfonditamente del significato del velo islamico in questa sede, basti dire che il significato particolare del velo in Medio Oriente, che fa parte dell’abbigliamento - o in ogni caso fa parte della loro identità culturale, fa sì che una donna velata resti “dentro” anche quando sta “fuori” – fa sembrare il gioco di coprire e scoprire il corpo con il materiale mentre si danza più come un atteggiamento indecoroso, che non come uno stile artistico sensuale ed elaborato.
L’altro stile di danza del velo è uno stile meticcio: perché ha subito le influenze di diverse culture, ma si è sviluppato maggiormente negli Stati Uniti. Questo stile si ispirò fortemente alla danza serpentina di Loie Fuller, ma anche alla danza di Samia Gamal. La Gamal era una famosa danzatrice egiziana, che nei film hollywoodiani degli anni quaranta, cominciò a danzare con un velo , per migliorare il suo portamento in scena.
La danza del velo continuò a crescere negli Stati Uniti, fino a diventare un’arte a sé, per arrivare fino a noi con una precisa tecnica, e un linguaggio particolare formato da molte figure. In questo stile ci si comporta inversamente che in quello egiziano, entrando in scena con il velo fissato nelle vesti, danzando liberamente e solo in un secondo momento si libera il velo e si inizia a danzare con esso.

In verità con l’andare del tempo, e con la pratica, per ogni danzatrice il velo assume un significato diverso. E’ un simbolo e come tale può esprimere molte idee. Ma intuitivamente, ognuna di noi cerca nella danza del velo, una qualità e uno spirito individuale. Parte del fascino del velo dipende dal fatto che ci rende “autonome”: anche se il velo sembra coprire il corpo e nasconderci, in realtà siamo libere di decidere cosa, come e quando rivelare noi stesse. Non è un velo imposto, siamo noi a decidere il suo gioco, per manifestarci o per cercare intimità sotto le sue ali. Il velo si anima grazie alla vitalità del nostro approccio. Il velo è sentimento, è percezione. Ci chiede di vivere nel corpo e nella pelle. Ci custodisce con delicatezza, coltiva i nostri misteri. A volte è proprio il velo a suggerirci nuove figure assecondandolo. E quando lo perdiamo o si aggroviglia non deve intendersi come un errore ma come parte di un gioco creativo che avviene danzando, che non si ferma ma continua in ciò che succede lì per lì.
La bellezza dei simboli sta anche nella loro doppia valenza. Nel caso del velo si attinge alla rivelazione di una saggezza elevata, resa possibile tanto togliendo il velo, quanto ricoprendosi con esso, immagine molto interessante per la danza, perché valorizza la possibilità di esprimersi in profondità anche quando si danza sotto la copertura del velo nelle diverse figure.
E’ molto utile in questo tipo di lavoro, alimentare la fantasia cercando il significato del velo nel mondo antico, a volte attraverso l’intuizione e la rielaborazione di immagini archetipe attraverso l’improvvisazione. Nelle antiche religioni il velo era usato come tenda, per dividere le zone sacre da quelle profane. Il velo denotava anche la sacralità degli oggetti ritenuti preziosi: erano velate le statue che rappresentavano la divinità, ma anche le persone che guidavano la vita spirituale della comunità.

Il velo come strumento di sacralità e mistero, appartiene istintivamente alle Dee ed è stato utilizzato molto probabilmente nei rituali religiosi a loro dedicati, ma anche nei rituali del culto greco di Dioniso nelle danze delle Menadi (baccanti), molto rappresentate nell’arte antica. Prova dell’importanza rituale del velo, sta nella sua presenza nei miti. Come nelle gesta della Dea che scende nel sottosuolo, che fu comune in molte culture e periodi storici. Il racconto più conosciuto proviene dalla Babilonia, l’attuale Iraq e risale a più di 6500 anni fa. Il mito racconta il viaggio della Dea Ishtar nel sottosuolo, dove si recava per cercare il suo amante Tammuz. Durante la sua discesa, la Dea doveva attraversare sette porte e in ognuna rinunciare ai suoi gioielli e alle sue vesti, fino alla settima porta, dove rinuncia al suo velo e ritrova l’amato. Il felice incontro era celebrato in primavera, quando a Babilonia si danzava con gioia la rinascita della natura, che come morta era sterile durante l’assenza della Dea.
Un altro velo misterioso proviene dall’ Egitto, dal culto della Dea Iside, che un tempo, si racconta, si presentava con queste parole:
“Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà; e finora nessun mortale ha mai osato sollevare il mio velo”
Il carattere originale del velo di Iside rivela un simbolo fluido, che non è riducibile ad un solo concetto: il velo, o la veste che copriva la nudità della dea, la Madre Originaria che, come madre di tutti gli esseri umani, invita a mantenere il dovuto rispetto e distanza. Il velo può rappresentare anche la natura spirituale dell’essere umano che per riuscire a sollevarlo, deve trascendere i limiti della sua individualità, e spezzare i confini della morte con la sua anima immortale. Potrebbe essere visto anche come simbolo del futuro, e pertanto l’impossibilità di sollevarlo può significare l’ambivalenza del desiderio umano di conoscere l’avvenire: siamo desiderosi e allo stesso tempo timorosi della rivelazione del nostro destino. E ancora, la difficoltà di sollevare il velo di Iside può significare la fatica umana a vedere la Natura come è realmente, nella sua realtà suprema, non più velata dall’usanza o dalla convenzione.
Dalle molte interpretazioni possibili a questo verso, mi piace pensare che il velo di Iside sia un simbolo di verità, ci dice che solo nell’esperienza autentica della vita, riusciremo a sollevare il velo, e a trovare una rivelazione profonda e semplice: noi stesse.
Scritto
da Linda
www.myspace.com/laluneletoban
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